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La Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 5408 del 7 marzo 2018 ha affermato che l’Amministrazione finanziaria non ha alcun obbligo di instaurare la fase del contraddittorio se durante la fase di accesso viene rinvenuta della contabilità occultata in una “pennetta” (pen-drive).

Ecco la vicenda in sintesi: tutto ha inizio con una verifica della Guardia di Finanza presso una società, durante la quale viene rinvenuta una pennetta con annotata contabilità “in nero” ed acquisti non contabilizzati. Tutto si traduce nell’accertamento di un maggior reddito ai fini IVA, IRES e IRAP per gli anni di imposta 2005 e 2006. La società, tramite ricorso, impugna due avvisi di accertamento ed un atto di contestazione sanzioni emessi dall'Agenzia delle Entrate, per complessivi € 67.165,00. La CTP di Milano, con sentenza depositata nel 2012, accoglie il ricorso ritenendo assorbente, rispetto al merito, la questione preliminare della nullità degli accertamenti per omessa attivazione del preventivo contraddittorio con il contribuente. L'Agenzia delle Entrate propone appello avverso la sentenza della CTP. La C.T.R. Lombardia, con sentenza emessa nel 2013, rigetta l'appello confermando le argomentazioni del giudice di primo grado. Avverso la sentenza propone ricorso l'Agenzia delle Entrate evidenziando un’unica motivazione invocando l’annullamento della sentenza impugnata: violazione di legge in quanto la C.T.R. non aveva considerato la consolidata giurisprudenza secondo la quale nel nostro ordinamento non è previsto alcun obbligo di contraddittorio.

Arriviamo dunque alla decisione della Cassazione: il ricorso delle Entrate viene ritenuto fondato. La Corte evidenzia che le Sezioni Unite hanno statuito che «in tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l'Amministrazione finanziaria è gravata di un obbligo generale di contraddittorio endoprocedimentale, la cui violazione comporta l'invalidità dell'atto purché il contribuente abbia assolto all'onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere e non abbia proposto un'opposizione meramente pretestuosa, esclusivamente per i tributi "armonizzati", mentre, per quelli "non armonizzati", non è rinvenibile, nella legislazione nazionale, un analogo generalizzato vincolo, sicché esso sussiste solo per le ipotesi in cui risulti specificamente sancito» (Sez. U, Sentenza n. 24823 del 09/12/2015, Rv. 637604).

La Corte afferma che, nel caso in analisi, sebbene l'Iva appartenga alla categoria di tributi armonizzati (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 26472 del 17/12/2014, Rv. 634232), “il contribuente non ha esplicitato il nocumento derivato dall'omesso preventivo contraddittorio, così venendo meno all'onere probatorio di allegare circostanze rilevanti che avrebbe potuto far valere. La stessa C.T.R. ha confermato la nullità degli accertamenti sulla mera base di una violazione formale, senza rilevare il fallimento dell'onere probatorio gravante sul contribuente. La sentenza deve essere quindi cassata e rinviata alla C.T.R. competente, non essendosi tale giudice pronunciato sul merito della controversia”.

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