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La detrazione per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio è normata dall’art. 16-bis nel Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Possono fruire della detrazione d’imposta i soggetti passivi IRPEF:

  • sia residenti che non residenti nel territorio dello Stato;
  • che possiedono o detengono, sulla base di titolo idoneo l’immobile oggetto degli interventi di recupero; a condizione che abbiano sostenuto le spese per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio.

Con la Circolare n. 57 del 1998 è stato chiarito che il diritto alla detrazione spetta (se hanno sostenuto le spese in questione e queste sono rimaste a loro carico) al:

  • proprietario;
  • nudo proprietario dell'immobile;
  • titolare di un diritto reale sullo stesso (uso, usufrutto, abitazione);
  • inquilino;
  • comodatario in quanto detentore dell'immobile.

Nella Circolare n. 121 del 1997 è stato chiarito che la detrazione compete anche al familiare del possessore o detentore dell'immobile sul quale vengono effettuati i lavori, purché sia convivente e sostenga le spese. È stato inoltre precisato che:

  • per "familiari", s'intendono, a norma dell'articolo 5, comma 5, del TUIR, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado;
  • il titolo che attesta la disponibilità dell'immobile - requisito richiesto per fruire della detrazione - è costituito dalla condizione di familiare convivente e, pertanto, non è richiesta l'esistenza di un sottostante contratto di comodato;
  • la convivenza deve sussistere fin dal momento in cui iniziano i lavori (Ris. n. 184/E del 2002 e Circ. n. 15/E del 2005, par. 7.2).

Il convivente non familiare del titolare dell'immobile che sostiene le spese per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio può beneficare della detrazione di cui all'art. 16-bis del TUIR solo se risulta detentore dell'immobile in base ad un contratto di comodato.

Veniamo ora alla novità: con la Risoluzione n. 64/E del 28 luglio 2016 l’Agenzia delle Entrate ha affermato che la legge sulle unioni civili (Legge 76/2016) riconosce una rilevanza giuridica alle coppie che abitano sotto lo stesso tetto e un valore al legame che ciascun componente ha con la dimora comune. Per questo motivo il convivente more uxorio che sostiene le spese di recupero del patrimonio edilizio, ma non è proprietario dell’immobile può comunque fruire della detrazione Irpef.

La Legge 20 maggio 2016, n. 76 muta il quadro normativo di riferimento, equiparando al vincolo giuridico derivante dal matrimonio quello prodotto dalle unioni civili e stabilisce che “le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole "coniuge", "coniugi" o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.” .

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 64/E/2016, afferma che, ai fini della detrazione delle spese per il recupero del patrimonio edilizio, la disponibilità dell’immobile da parte del convivente risulta insita nella convivenza che si esplica ai sensi della Legge Cirinnà, senza necessità che trovi titolo in un contratto di comodato. Il diritto alla detrazione delle spese sostenute, in mancanza di un titolo idoneo, è subordinato alla convivenza del possessore e del soggetto che sostiene l’onere e che non è proprietario dell’immobile.

Un ragionamento diverso va fatto per le convivenze di fatto, costituite ai sensi dell'art. 1, commi 36 e 37, della citata Legge n. 76 del 2016, tra due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune. Affinché venga dimostrata la "stabile convivenza", si deve far riferimento al concetto di famiglia anagrafica previsto dal regolamento anagrafico (D.P.R. n. 223 del 1989). La Legge n. 76 del 2016, pur non avendo equiparato le convivenze di fatto alle unioni basate sul matrimonio, ha comunque attribuito una specifica rilevanza giuridica a tale formazione sociale, evidenziando l'esistenza di un legame concreto tra il convivente e l'immobile destinato a dimora comune. Ai fini della detrazione la disponibilità dell'immobile da parte del convivente risulta insita nella convivenza che si esplica ai sensi della Legge n. 76 del 2016 senza necessità che trovi titolo in un contratto di comodato. Il convivente more uxorio che sostenga le spese di recupero del patrimonio edilizio, nel rispetto delle condizioni previste dal richiamato art. 16- bis, può, dunque, fruire della detrazione alla stregua di quanto chiarito per i familiari conviventi.

Come dare prova della convivenza?

La Risoluzione n. 64/E/2016, nel chiarire come fornire la prova della stabile convivenza, ha fatto riferimento alle indicazioni della Legge Cirinnà, che richiama il concetto di famiglia anagrafica previsto dal regolamento anagrafico. La coppia può presentare una dichiarazione di convivenza all’anagrafe, oppure regolamentare con un contratto di convivenza gli aspetti del contributo di ognuno alla vita di coppia ed il regime patrimoniale degli acquisti. La residenza anagrafica comune e il contratto di convivenza rappresentano un titolo idoneo affinché l’Agenzia delle Entrate consideri ad ogni effetto i due soggetti un nucleo familiare. Conseguentemente, pur mancando un vincolo familiare, la parte che ha sostenuto le spese potrà fruire della detrazione per il recupero del patrimonio edilizio.

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